La presunzione della percezione e l’imperfezione del linguaggio

Riceviamo questo bell’articolo da Francesca, che ci spiega come le nostre percezioni si traducono in linguaggio.


Nella nostra vita quotidiana, la comunicazione sembra essere uno degli aspetti più ovvi. Comunichiamo automaticamente, senza rendercene conto, seguiamo le regole di una grammatica che abbiamo appreso gradualmente fin da piccoli, grazie all’esposizione linguistica e all’insegnamento. Ma sappiamo davvero di cosa parliamo?

Nel corso della nostra evoluzione, abbiamo sviluppato l’abilità di comunicare attraverso dei segni, parlati e scritti, che si sono man mano evoluti: gli uomini delle caverne iniziarono a comunicare con la gestualità per indicare i primi oggetti, finché lo sviluppo fisiologico dell’apparato fonatorio e del cervello non ha permesso loro di formulare i primi suoni articolati, di dotarli di senso e infine di pronunciare interi discorsi. Insomma, noi umani disquisiamo delle cose che ci circondano da centomila anni e assegniamo loro dei nomi. Eppure spesso parliamo di cose che non conosciamo davvero. “Comunicare” significa proprio “rendere comune, far conoscere”. Quindi far conoscere cosa?

Grazie a noti linguisti e filosofi come Saussure, Frege e Wittgenstein, sappiamo che i segni, per essere definiti tali, devono poter rimandare a un qualcos’altro, altrimenti la comunicazione non avrebbe senso. Wittgenstein, nel suo Tractatus Logico-Philosophicus (Logisch-Philosophische Abhandlung, 1921), sostiene che i segni rappresentano adeguatamente una porzione di realtà. Questo perché, attraverso i sensi, ognuno di noi va direttamente a contatto con oggetti del mondo circostante e, nel momento in cui intende comunicare quel che ha visto, odorato o toccato, si serve di segni che possano sostituire quella percezione data dall’oggetto che, nel frattempo, si è già immagazzinato nella nostra mente sotto forma di concetto. Per fare un esempio, quando assaggiamo una pietanza mai mangiata prima, il nostro cervello, come un computer, immagazzina l’informazione puramente astratta di quel gusto che abbiamo percepito, e quando ci capita di gustare di nuovo quella pietanza, il nostro ricordo viene ripescato e rinnovato. Ebbene, quando cerchiamo di descrivere a qualcun altro il gusto di quella determinata pietanza, ripeschiamo l’informazione custodita nel nostro cervello e cerchiamo di tradurla in segni. Entra così in gioco la comunicazione: il concetto nella nostra mente si elabora in un’immagine sonora che viene concretizzata dal nostro apparato fonatorio, il quale non fa altro che “leggere ad alta voce quest’informazione”. È come se un amico ci chiedesse di cosa sappia il gelato al limone e nel nostro cervello, per reazione, tanti omini andassero a ripescare nell’archivio il documento “gusto del gelato al limone”, lo trascrivessero immediatamente su un foglio e lo dessero al nostro apparato fonatorio, che inizierebbe a leggere la descrizione di questo gusto, ovviamente nella lingua nota a noi e al nostro interlocutore.

Ma se “de gustibus non disputandum est”, come può essere tradotta esattamente e oggettivamente una tale percezione in parole? In questo caso, la nostra comunicazione non farebbe conoscere la realtà del gusto di quel gelato, bensì l’impressione soggettiva che noi abbiamo di quel gusto. Quindi è come se non sapessimo effettivamente di cosa stiamo parlando, perché non sappiamo cosa sia oggettivamente “il gusto del gelato al limone”, nonostante abbiamo vissuto l’esperienza. Sappiamo cosa sia ma solo attraverso un filtro soggettivo, il quale “inquina” l’oggettività della sensazione.

Qui entra in gioco il secondo Wittgenstein. Nelle Ricerche filosofiche (Philosophische Untersuchungen, 1953), il nostro studioso corregge la sua precedente teoria: è il modo d’uso della parola a rivelare l’oggetto che essa designa, non la parola stessa. Il modo in cui intrecciamo il contesto con la parola costruisce l’oggetto a cui ci riferiamo. Ovviamente questi modi di presentare gli oggetti variano da contesto a contesto, da cultura a cultura. L’insieme di questi modi formano quelli che Wittgenstein chiama “giochi linguistici”, procedimenti linguistici convenzionali e situazionali in continuo mutamento, acquisiti appieno dalla comunità linguistica che li usa. Un po’ come quando si gioca a briscola: una volta imparate le regole, i gesti diventano automatici. Proprio questi fattori rendono il linguaggio e ciascuna lingua malleabile a sufficienza da permettere di discutere anche di qualcosa che non si conosce a fondo.

Si evince così che sia la soggettività della percezione sia l’imperfezione del linguaggio vincolano l’uomo, le sue azioni e la sua stessa conoscenza.

A questo punto, il nostro parlante, per scoprire di cosa sappia il gelato al limone del suo amico, potrebbe scegliere fra due possibilità: o ricorrere all’esperienza attiva e diretta, assaggiare il gelato ed immagazzinarne nella sua mente il gusto, percezione che sarà comunque unica e incomunicabile, se non parzialmente comunicabile; oppure accontentarsi passivamente della spiegazione soggettiva ed imprecisa dell’amico, entrando nel suo stesso gioco linguistico e avvicinandosi il più possibile al senso di quella percezione.

L’esempio del gusto del gelato è uno dei tanti giochi linguistici che si presentano nel nostro vivere quotidiano. L’autonomia dell’individuo nel suo percorso di conoscenza sta nel cercare un senso che vada oltre il gioco linguistico proposto da altri (specialmente per sfuggire all’eloquenza), o ancora crearne uno da sé.

 

Francesca Grisolia

 


Riferimenti bibliografici

T. De Mauro, Capire le parole, Editori Laterza, Roma-Bari, 1999

L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, a cura di Amedeo G. Conte, Einaudi, Torino, 2009

L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, a cura di Mario Trinchero, Einaudi, Torino, 2009

G. Graffi, Due secoli di pensiero linguistico, Carocci, Roma, 2010

 

 

 

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